ROMA (13 dicembre) - La più catastrofica nel Cinquecento, l’ultima nel 1937. Anche se è “biondo” e ampio, anche se ha spesso l’aria assonnata, il Tevere ha brutalmente sfregiato più d’una volta la città fondata sulle sue rive.
L’alluvione più tragica in assoluto è stata quella che maturò tra il 23 e il 25 dicembre del 1598.
Ci furono, secondo i cronisti dell’epoca, quindicimila morti e la città dei Papi subì ferite profondissime. Tutto avvenne con il cielo sereno ed è proprio questo che rese enorme la tragedia. «Il tempo era buono, nessuno si preoccupò racconta Luigi Natale, docente di Costruzioni Idrauliche all’università di Pavia Il fiume cresceva per le piogge torrenziali cadute in Umbria e nell’alto Lazio. La gente, vedendo il livello che saliva, si chiuse nelle catapecchie lungo gli argini e aspettò, convinta dall’assenza di nubi che tutto sarebbe passato. Ma quando la pressione dell’acqua diventò forte, non potè aprire né porte né finestre. I tuguri furono spazzati via e fu una strage».
Se anche questa volta Roma, in fondo, se la sta cavando in sostanza a buon mercato (solo qualche allagamento), lo deve al condottiero per antonomasia: Giuseppe Garibaldi proprio lui l’uomo che già l’aveva difesa sul Gianicolo dai francesi al tempo della Repubblica di Saffi e di Armellini. Il 29 dicembre del 1870 la città era Capitale d’Italia da poco più di due mesi quando il fiume rovinò la festa con una piena eccezionale. L’acqua al Porto di Ripetta, dove oggi c’è l’Ara Pacis, raggiunse 17,22 metri (il livello di massima piena è ancora oggi fissato a 16,90) e straripò seminando distruzione.
Non ci furono vittime. Ma la città, con la melma fino a piazza di Spagna (in via Condotti ci sono tuttora le targhette a ricordo del livello della fanghiglia), era in ginocchio.
Garibaldi, eletto deputato, prese un impegno solenne con i romani: mai più un’alluvione avrebbe dovuto minacciare la città. L’“Eroe dei Due Mondi” era affascinato dal progetto di un ingegnere francese che proponeva di deviare il corso del Tevere a nord di Roma costruendo un canale che si sarebbe ri-allacciato al corso a valle della città. Il piano non passò. Ma tale e tanta fu la pressione esercitata da Garibaldi, così vivace il dibattito tra politici, ingegneri idraulici e giornalisti, che il Governo alla fine agì. Era il 1878 e il neonato Stato unitario iniziò la costruzione dei muraglioni che tuttora difendono la Capitale dal fiume rendendo molto remoto ogni pericolo. «Senza Garibaldi ricorda ancora Natale non si sarebbe fatto nulla. Anche se alla fine si arrabbiò moltissimo. Tutti gli dicevano “bravo”, “bene”, “bis”. Ma alla fine il “suo” progetto non fu approvato perché non c’erano soldi. Lui se la prese tantissimo e se ne tornò all’isola di Caprera senza più rimettere piede a Roma».
Gli annali, prima della catastrofe del 1598, ricordano un altro annus horribilis: il 1530. L’alluvione, pare, fu devastante. Tanto che non esiste neppure un calcolo approssimativo delle vittime. Le cronache raccontano che i danni furono maggiori di quelli arrecati dai famelici Lanzichenecchi arrivati tre anni prima, nel 1527, per saccheggiare la Roma papalina alla testa dell’esercito imperiale. La piena più grave del secolo scorso è stata, durante il Fascismo, quella del 17 dicembre 1937 (dicembre e novembre sono da sempre i mesi più a rischio). C’erano già i muraglioni. Ma il fiume a Ripetta toccò a 16,90 metri, la massima piena. L’acqua uscì a torrenti da Ponte Milvio e invase il Flaminio dopo aver allagato le aree allora rurali di Labaro e Prima Porta.
Gli studi sul “biondo” Tevere sono dettagliati e certe statistiche fanno pensare. Remo Pelillo, uno dei dirigenti della Autorità di Bacino, ha calcolato che «in media a Roma c’è un’inondazione gravissima ogni duecento anni e una catastrofe ogni cinquecento». Quella del 1598, fatti tutti gli scongiuri, è di 410 anni fa. Straripamenti c’erano anche nell’Antica Roma. L’acqua arrivava ai Fori Imperiali e ci volevano mesi prima che si riassorbisse. «Ma c’erano poche case fa notare il professor Natale e quindi i danni erano limitati». Dal Cinquecento a oggi le piene di grossa entità sono state una ventina. La prima dopo la costruzione dei muraglioni, finiti nel 1898, è del novembre del 1900. All’idrometro di Ripetta l’acqua toccò quota 16,08. Cedette un parapetto e si allagarono gli scantinati del Palazzaccio. La situazione si ripetè, quasi identica, il 15 febbraio del 1915. Ma ormai la prova generale c’era stata: le opere idrauliche “imposte” dagli appassionati interventi di Garibaldi funzionavano. La statua dell’“eroe”, che domina l’Urbe dal Gianicolo, non è lì per caso.
di Luca Lippera (da
http://www.ilmessaggero.it/)